Nell'esame e nell'interpretazione di sogni coerenti e rigorosi, occorre vagliare attentamente il fatto, sinora a quanto pare trascurato, che la loro verità è quasi sempre poco soddisfacente: perché, quando richiamiamo alla memoria un sogno, colmiamo e integriamo, senza farci caso o senza volere, le sue lacune. Raramente e forse mai un sogno coerente è stato così coerente in realtà come ci appare nel ricordo.
Un androne ampio, sostenuto da larghe colonne di marmo. La luce proviene dal portone aperto alle mie spalle, e il vociare dei passanti fa da sfondo alla conversazione che sto tenendo.
– Ormai conosco le vostre intenzioni, e non vi lascerò portare a termine il vostro piano.
Il mio interlocutore è un uomo incappucciato, che mostra solo un mento sbarbato e un naso prominente. Dietro di lui, appoggiati alle colonne, altri quattro uomini ascoltano, ghignando.
– Ah sì? Quanto coraggio, quanto coraggio… E dimmi, sai già come riuscire a ostacolarci? Anzi, sai già come uscire vivo da quel portone?
– Ovviamente si. Non sono uno sprovveduto, e ve ne accorgerete presto.
Ma in quel momento un suono basso e vibrante inizia a riecheggiare per la città, proveniente da un punto molto lontano, sul mare, come se centinaia di corni suonassero tutti assieme. La città ammutolisce e anch’io vengo preso da un timore ancestrale mentre il mio interlocutore allarga ancora di più il suo sorriso.
– E dimmi, tu che non sei uno sprovveduto, lo sai cos’è questo suono?
– No, non ne ho idea. È opera vostra?
– Non del tutto. Vedi, a questo mondo ci sono molte cose meravigliose, grandi e piccole. Le grandi, soprattutto, sono interessanti. Ci sono i Giganti, per esempio. Poi cose ancora più grandi, come i Gargantua. E poi cose ancora più grandi, come i Titani. Come lui. Vai pure, ragazzo, vai pure. Passerai delle ore… Sì, interessanti.
Indietreggio verso il portone, gli incappucciati si limitano a osservarmi e ridere. Fuori ci sono capannelli di persone che parlottano, ma la maggioranza delle persone sembra calma, come se sapesse cosa la aspetta. Chi si fa prendere dall’agitazione di solito ha vestiti da forestiero, come me. Mi incammino verso destra, lungo la strada che curvando a sinistra conduce verso il porto. Le facciate di pietra dei palazzi riflettono il cupo suono che lentamente si sta facendo via via più forte. Quando sento uno stralcio di conversazione illuminante mi fermo ad origliare per qualche istante, sono degli abitanti della città che spiegano la situazione ad un forestiero.
– …È un Titano, qualcuno l’ha richiamato. Succede con una certa frequenza.
– Di solito non fa danni, solo che uccide chiunque non suoni qualcosa mentre lui si avvicina.
– Suonare? Ma state scherzando?
– No, no, siamo seri. Bisogna suonare qualcosa, qualsiasi strumento.
– O cantare, va bene anche cantare. Ma allora bisogna farlo bene.
Mi allontano, riprendendo il mio cammino verso il porto. La situazione mi sembra surreale, ma intorno a me ci sono capannelli di persone sempre più numerosi che tirano fuori ogni sorta di strumento musicale e cominciano ad accordarli. Altri gruppetti si stanno accordando per creare dei cori e distribuirsi le parti, ma cantano canzoni che non conosco. E non ho nessuno strumento.
Mentre cammino preso nei miei pensieri incrocio il Gira che mi fa segno di seguirlo. Mi avvicino a lui, e nella cacofonia che pian piano sta prendendo piede riesce solo a dirmi
– Seguimi, in sede abbiamo due flauti.
Vorrei chiedergli di più, ma un tizio che sta provando un buffo fischietto mi taglia la strada e mi fa allontanare da lui. La calca mi impedisce di riavvicinarmi abbastanza per continuare a parlare, ma la sede è sempre sulla stessa via che conduce al porto e quindi riesco a seguirlo, seppur con difficoltà. Prima di arrivare, però, troviamo Bomba sul nostro cammino, e il Gira fa segno anche a lui di seguirci.
Finalmente arriviamo alla sede, una piccola stanza a pianoterra, sull’angolo tra la strada principale e una sua traversa. I muri che fanno angolo sono in legno, e le due porte hanno vetri impiombati. Entriamo tutti e tre, e il Gira da un cassetto di un canterano tira fuori i due flauti. Poi, senza dire nulla, piega a triangolo tre pezzi di stoffa e ce li porge, in quello che sembra essere una sua versione del gioco delle pagliuzze. In qualche modo però capisco che sta barando, perché vuole lasciare i due flauti a me e a Bomba, e questo non lo posso tollerare: sapendo che comunque non sarei riuscito a discutere con lui mi limito a uscire rapidamente dalla porta abbandonandoli entrambi all’interno, e torno a dirigermi verso il porto.
La strada finisce alle mura della città, e il porto è poco più fuori, in fondo ad una discesa. All’orizzonte, il mare. Il suono è sempre più forte, ma ancora non si vede nulla di strano; tutto attorno la gente continua a provare la sua personale esecuzione, e io mi appoggio alla colonna della guardiola al lato della porta della città, meditando sul da farsi. Ma alcune persone che stanno entrando con fare circospetto nella base della torre di guardia, alle mie spalle, attirano la mia attenzione. Sono un gruppetto numeroso, e sbirciando vedo che stanno aprendo una botola all’interno della torretta stessa. Decido di seguirli, anche se ad una certa distanza, e lo stesso fa altra gente alle mie spalle. La botola si apre su una rampa di scale di pietra che conduce ad un tunnel sotterraneo sviluppato verso il centro della città, e dopo un centinaio di metri arriviamo ad un grosso salone sotterraneo. Al centro, su uno spoglio altare, c’è un piccolo scrigno dorato, custodito da quattro draghi lucertoloidi di colori differenti. Il gruppo che sto seguendo si è disposto a ventaglio e quattro dei componenti avanzano suonando degli strumenti a fiato che non riesco a vedere ne sentire, ma i draghi cadono immediatamente a terra morti. Un quinto uomo, sorridendo, avanza verso lo scrigno e lo mette in una bisaccia. A questo punto tutti gli uomini davanti a me, una ventina di elementi solo ora mi accorgo essere, tirano fuori dalle loro saccocce delle tuniche da confraternita bianche con gli orli dorati, e si organizzano in un lato della sala posizionandosi come un coro. Io e tutta le gente che li aveva seguiti, capendo che comunque anche loro non hanno modo di opporsi al titano, ci facciamo avanti e ci mischiamo alla confraternita, senza che nessuno di loro ci dica nulla, ed aspettiamo.
Dopo pochi minuti l’eco di passi calmi e cadenzati rimbomba lungo il corridoio, fino a quando un uomo con la barba ben curate e dai vestiti semplici ed eleganti, in tonalità di verde, entra nella sala, con le mani giunte dietro la schiena. È il Titano, ha preso forma umana ma lo possiamo sentire, non c’è ombra di dubbio, e infatti il coro comincia a cantare un pezzo di Sting, Desert Rose forse. Il Titano ascolta sereno, ma molti degli imbucai non conoscono la canzone e si limitano a boccheggiare a tempo. Il coro è diretto dall’uomo che si era impossessato dello scrigno, e alla fine dell’esecuzione si rivolge serenamente verso il Titano:
– Questa era l’introduzione, ma sfortunatamente molti sconosciuti si sono intrufolati nel nostro coro rovinandone l’esecuzione. Se volesse essere così buono da concederci il tempo di isolarli ed allontanarli potremo poi proseguire degnamente con gli altri pezzi.
Il Titano accondiscende bonariamente con un lieve cenno della testa al che tutti gli intrusi vengono allontanati e spinti dall’altra parte della sala. Ma sento il maestro dire ai suoi coristi:
– Se c’è qualcuno che conoscete fatelo pure rientrare.
Mi volto verso il coro e vedo che al centro c’è di nuovo il Gira, anche se non ha la tunica e spicca come una mosca nel latte. Io sono speranzoso, ma quando arriva il suo turno chiama una persona vicino a me, che io non conosco per nulla; poi, però, tira una gomitata ad un corista vicino, mi indica e mi fa chiamare da lui. Io tutto felice rientro nel coro, ma mentre prendiamo l’accordo iniziale mi accorgo di essere finito tra i tenori invece che tra i bassi…
…e mi sveglio.
