…di un pastore errante in salotto.
Brutta cosa l’aver sonno ma non abbastanza. Sei lì, finalmente libero di respirare dopo una giornata in giacca e cravatta, e ti sembra brutto andare già a dormire nonostante le palpebre cadenti. E pensare che in questo momento potresti tranquillamente essere a divertirti al Sol Levante coi tuoi amici, non fosse per quella tua irrefrenabile idiosincrasia nei confonti di qualunque cosa si possa ricondurre ad una discoteca. E te ne chiedi il motivo: in fondo ti piace stare in compagnia, ma appena qualcuno propone una serata del genere tu sorridi mesto e declini cortesemente, adduncendo improbabili levatacce il giorno dopo (come se una sveglia alle 6 ti avesse mai impedito di stare a raccontarsela fino alle 3). Anche quando ti viene preannunciato per tempo, e hai tutta la giornata per convincerti, quando arriva il momento di comporre le macchinate tu ti trovi sulla tua vespa che stai tornando a casa.
Addirittura ti capita per le feste, nonostante il loro punto clue sarà evidentemente dietro quei portoni, nonostante il resto della serata sia evidentemente solo un prodromo… non ce la fai. Nonostante ci sia della gente con cui sai che ti divertirai. Nonostante ci sia gente che non conosci ma che promette maledettamente bene. Nonostante sai che quella sera succederanno cose divertentissime che animeranno le discussioni per tutto il mese seguente. Nonostante, nonostante, nonostante.
Allora cerchi di analizzarti per capirti un po’ almeno tu, visto che i tuoi amici evidentemente non ci riescono. E ti inventi scuse, quasi barocche nei loro arzigogoli logici. Ultimamente tra te e te va per la maggiore una spiegazione che si appoggia sulla tua incapacità di distinguere bene le parole nel rumore, e nella conseguente altissima possibilità di passare la serata a far flanella e senza riuscire a fare un discorso che sia uno, e tutti sanno quanto è importante per te discorrere… Ma non sta in piedi. Non può essere una spiegazione. Forse è solo dovuto alla folla. Odi la folla, la temi e ti schifa. Guardi con orrore, tutte le mattine, il serpentone di gente indifferenziabile che si forma all’uscita dei binari a Brignole fino a tutta via San Vincenzo, e non tolleri l’idea di trovartici in mezzo anche alla sera. Così, senza un motivo valido se non l’odio viscerale e atavico per l’annullamento.
Poi, finalmente, il sonno ha la meglio sulle tue pulsioni intimiste, e penosamente ti allontana dalla tastiera. Ma non ti allontana da te stesso: ti prende per mano e ti conduce attraverso la notte, fino ad arrivare a quel punto, domattina, dal quale questo incerto mio incespicare (ricchi premi e cotillon a chi azzecca la citazione) possa assumere i toni del risibile, alimentando dubbi sulla liceità di lasciare esposto al pubblico il post piuttosto che cancellarlo. Ma nel momento in cui scrivi queste parole hai già capito che non lo farai, e una volta di più rattristato dalla tua auto-prevedibilità finalmente ti accingi a premere il punsante “pubblica”.
Ciò non toglie che mi dispiace. Mai come ora vorrei essere diverso, o almeno diversificabile. Mai come ora vorrei mandare al diavolo la cosiddetta coerenza con se stessi, perché se questo provoca la schiavitù comportamentale che osservo su me stesso, evidentemente non è più una cosa buona. Ma ormai è tardi, la decisione è stata presa da ore, e riuscire sarebbe stupido. Rimandiamo tutto alla prossima occasione, e alla prossima scusa.
“Il giardino delle delizie”, di Jeroen Anthoniszoon van Aken, detto Hieronymus Bosch
Tanta gente, troppa, impegnata spesso in attività che non capisci, non ti attirano o di contro nelle quali non riesci ad inserirti (e il fatto che siano in larga misura nudi dovrebbe fornire indizi sulla natura di questa terza categoria)
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